Montesquieu e la politica.
Dopo d'Holbach e Condillac, ci troviamo di fronte ad un altro
esponente della classe nobiliare, il barone di Montesquieu. Nato
nel 1689 da famiglia di antica nobilt, Charles Louis de Secondat,
barone di La Brde e poi Signore di Montesquieu, ha dato un
contributo molto importante alla teoria del diritto in epoca
moderna e alle sue dottrine politiche si sono ispirati molti dei
protagonisti della prima fase della Rivoluzione francese (come il
Mirabeau) e la costituzione del 1791  la dimostrazione di quanto
la sua influenza sul dibattito all'interno dell'Assemblea
Costituente negli anni 1789-91 sia stata profonda. Anche nel
periodo del Termidoro la sua concezione della divisione dei poteri
ebbe un certo peso nell'elaborazione della Costituzione dell'anno
terzo.
In vita egli era stato avvocato e membro di diverse e celebri
accademie, compresa l'Acadmie Franaise. Dopo aver venduto
(allora era la regola) la carica di Presidente del Parlamento di
Bordeaux, si ritir dalla vita pubblica e si dedic interamente ai
viaggi e allo studio. In particolare fu in Inghilterra negli anni
subito seguenti la permanenza di Voltaire e non si pu dire che la
sua visita, che si protrasse per circa un anno, sia stata meno
importante e meno fruttuosa. Su di lui  presente l'influenza di
diversi filoni culturali a cominciare dal pensiero scientifico.
Egli aveva una grande ammirazione per Newton, di cui tent di
trasportare metodo e risultati nel campo del diritto.
Nella sua prima opera importante, le Lettere persiane, sono
presenti quasi tutti i temi comuni al dibattito culturale
dell'epoca: la critica alle classi dirigenti, in particolare alla
corte di Parigi (il re viene descritto come grande mago), alla
Chiesa francese e al papato di Roma (a sua volta descritto come il
pi grande dei maghi, capace di far credere le cose pi assurde),
la condanna delle dispute teologiche e dell'intolleranza, un
giudizio severo sul diritto penale allora vigente, sulla
situazione finanziaria dello Stato francese, sulla condizione
femminile. Nell'opera l'atteggiamento critico di Montesquieu si fa
benevolo solo nei confronti del sistema politico inglese. Tutta
questa critica alla societ del tempo viene fatta attraverso
lettere scritte da un immaginario giovane persiano di nome Usbek,
venuto dal suo paese a visitare l'Europa. Nonostante l'espediente
letterario, Montesquieu ritenne prudente far pubblicare l'opera
anonima ad Amsterdam (1721) per evitare sia la censura che
eventuali ritorsioni.
La sua opera pi nota  Lo spirito delle leggi. Essa fu pubblicata
nel 1748 ed  frutto di venti anni di lavoro. La sua importanza
pu essere valutata considerando che essa sta alla base di tutto
il costituzionalismo moderno, compresa la Costituzione italiana.
In quest'opera, dopo aver affermato che non esiste comunit umana
senza leggi (e quindi in tutte le societ sono presenti un diritto
internazionale, un diritto politico e uno privato), Montesquieu
sottolinea anche l'importanza dei fattori locali, compreso il
clima. Egli considera soprattutto due tipi di potere politico, uno
adatto alle piccole societ, cio la repubblica (aristocratica o
democratica) e l'altro adatto alle societ pi numerose e cio la
monarchia. Ma il monarca non deve mai atteggiarsi a despota,
altrimenti il capo dello Stato cessa di essere un re e diventa un
tiranno. A questo punto la ribellione dei sudditi  lecita ed
inevitabile. Per impedire che la situazione degeneri fino a questo
punto con grande danno per la societ intera bisogna che il potere
del re sia limitato e che i limiti siano espressi in modo chiaro
dalla legge. Da ci deriva la necessit dell'indipendenza della
legge dal monarca sia nella sua formulazione (potere legislativo)
sia nella sua applicazione (potere giudiziario). A questo punto la
dottrina dello Stato di diritto e della divisione dei poteri
diventa l'ultima logica conseguenza.
Montesquieu mor nel 1755.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
1) Montesquieu. L'Europa vista da un Persiano: il re di Francia e
il papa.

Il Persiano, che visita l'Europa, si sofferma a descrivere due
grandi maghi, il re di Francia e il papa di Roma.
Montesquieu, Lettere persiane, lett. ventiquattresimo e
ventinovesimo ( pagine 307-308).

Il re di Francia  il pi potente principe d'Europa. Pur non
possedendo miniere d'oro, come il re di Spagna suo vicino,  pio
ricco di lui perch sa trarre oro dalla vanit dei suoi sudditi,
pio inesauribile di qualsiasi miniera. Lo si  visto intraprendere
e sostenere lunghe guerre senz'altre risorse che la vendita di
titoli nobiliari e, per un miracolo dell'orgoglio umano, le sue
truppe erano regolarmente pagate, le fortezze munite e le flotte
equipaggiate.
Del resto questo re  un gran mago: esercita il suo potere sullo
spirito stesso dei suoi sudditi; li fa pensare com'egli vuole. Se
si trova ad avere un solo milione di scudi nel suo erario, e ne ha
bisogno di due, non ha che da persuaderli che uno scudo ne vale
due ed essi lo credono. Se deve finanziarie una guerra difficile e
non ha denaro, non ha che da far creder loro che un pezzo di carta
 denaro sonante ed essi sono subito persuasi. Giunge persino a
far creder loro d'essere capace di guarirli da ogni sorta di male
toccandoli, tanto  grande la forza e il potere ch'egli ha sugli
spiriti.
Ci che ti vengo narrando di questo principe non deve stupirti:
c' infatti un altro mago, anche pio forte di lui, che esercita
sul suo stesso spirito il potere ch'egli ha sui sudditi. Questo
mago si chiama il Papa. Egli riesce a far credere che tre e uno
sono la stessa cosa, che il pane che si mangia nono  pane o che
il vino che si beve non  affatto vino, e mille altre cose di
questo genere_.
Il Papa  il capo dei cristiani. Si tratta di un vecchio idolo,
incensato per abitudine. Una volta i principi stessi lo temevano_
ma ora non fa pio paura a nessuno. Pretende d'essere il successore
d'uno dei primi cristiani che si chiamava san Pietro; certo si
tratta d'una ricca successione: egli possiede infatti tesori
immensi ed  padrone d'un grande paese.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quattordicesimo, pagina 481.
